Fine di un amore

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Quando vengono lasciate, le donne diventano ostinate. Talmente ostinate a recuperare il rapporto, l’amore o l’idea di una relazione, che dimenticano l’essenziale: se stesse, convinte che “per amore” si sia autorizzate a fare di tutto, compreso lottare. Così vivono giorni, settimane e mesi a rincorrere lui perdendo forze ed energie, studiando strategie e controllando ogni suo movimento, con whatsapp che diventa un’ossessione come se l’essere online di lui cambiasse qualcosa. “Devo lottare per amore“, si ripetono quando lottare per amore é giá un controsenso di per sè. Si dovrebbe lottare per un ideale, un principio, per un lavoro, per le idee. Ma non per amore o quanto meno non per un amore per giunta finito. Non raccontiamocela, smettiamo, vi prego. Di torturarci e torturare, di toglierci la dignità nell’aspettare qualcosa che molto probabilmente non ci sarà, di aver paura di mancarsi. Poco importa che crediate sia l’uomo della vostra vita, che siate innamorate, che non crediate alle sue giustificazioni, convinte che sia ancora innamorato di voi. La veritá è che se lo fosse, non vi lascerebbe andare. E, nonostante tutte le varie motivazioni, quello che conta davvero è semplicemente il risultato. E il risultato è che lui non vuole stare con voi. Perció la cosa migliore che potete fare è ringraziare, prendere le vostre cose, mettere tutto in valigia e chiudere la porta lasciando lui e le vostre convinzioni alle spalle con orgoglio e rispetto di quello che è stato. E (ri)cominciare. Nessuno dice che sia semplice e indolore, anzi. Starete male, a pezzi. Ma almeno avrete la vita nelle vostre mani. E in quelle del destino: se sarà scritto, le vostre strade si incroceranno ancora o molto probabilmente incontrerete un altro che aspetta solo che voi siate pronte a un’altra possibilità, a vivere un’altra favola.

A proposito, nelle favole, a lottare per amore è sempre l’uomo. Mai la donna.

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Syria, il sapone solidale a sostegno dei profughi assistiti da Terre des Hommes

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sapone solidale SyriaChe il sapone di Aleppo abbia proprietà straordinarie per la nostra pelle è cosa nota, ma se il buono di un prodotto si somma al buono inteso come “a fin di bene” i motivi per acquistarlo raddoppiano.

Si chiama Syria il nuovo sapone de LaSaponaria, azienda marchigiana di Vallefoglia (PU), che per supportare Terre des Hommes a sostegno di bambini migranti e le famiglie con bambini, ha creato un sapone solidale.
“Sulle sponde italiane giungono da anni famiglie, bambini e adolescenti che scappano da guerre e fame, alla ricerca di una vita migliore portando con loro un bagaglio di sofferenza inimmaginabile e poco altro. Dovevamo fare qualcosa per queste famiglie ” afferma Lucia, fondatrice de LaSaponaria “e il sapone è la cosa che sappiamo fare meglio!”
Alle famiglie vengono distribuiti dei kit di prima necessità per consentire loro di recuperare un minimo di benessere e dignità umana dopo l’esperienza traumatica della fuga e del viaggio. E tra i prodotti ricercati dall’organizzazione, come indumenti intimi, giochi, cibo e bevande, ci sono anche detergenti e cosmetici per grandi e piccini.
“L’occasione che cercavamo per fare la nostra parte. Abbiamo subito deciso di donare alcuni nostri prodotti – spiega Lucia – e parlandone con i ragazzi del nostro team e amici ci siamo resi conto che l’esigenza di “fare qualcosa” non era solo nostra ma anche di tanti altri che però non sapevano come muoversi”.

Il sapone Syria è la versione del celebre sapone di Aleppo reinterpretata dal mastro saponiere de LaSaponaria. Per ogni sapone, venduto, corrisponde un sapone donato alle famiglie di profughi in difficoltà arrivati nel nostro paese. Il sapone Syria è disponibile sul sito www.lasaponaria.it e nei punti vendita de LaSaponaria aderenti all’iniziativa.

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E non parlatemi di sole, cuore, amore che io non ci credo mica


Alla storia che tutti possono far tutto, non ci ho mai creduto. Soprattutto quando non si hanno la preparazione, le competenze o magari, in alcuni campi, le doti fisiche (mi verrebbe da dire anche intellettuali ma, ahimè, questa caratteristica sembrerebbe in via d’estinzione ormai da tempo). Quello che voglio dire, è che puoi credere pure di essere una Ferrari, ma se sei una 500, di quelle “Topolino” del 1936, rimani e resterai sempre una 500. Potrai provare a cambiare colore della carrozzeria, renderla decapottabile, modificare il motore ma il senso non cambia. Non potrai essere di fianco a Vettel da una parte e Alonso dall’altra sulla griglia di partenza del circuito di Silverstone. Ma ci saranno altre infinite cose da fare: tipo una passeggiata nelle strade sterrate e strette di campagna respirando gli odori primaverili e gustando il sapore del passato. In quei luoghi dove la Ferrari non ci arriva mica. Non è nella sua natura.

Ognuno ha dei limiti e delle potenzialità, bisognerebbe esserne consapevoli e poi agire di conseguenza. Che il ridicolo, poi, è dietro l’angolo. Nascosto ma c’è. E non mettete in mezzo il sole, il cuore, l’amore, e poi la volontà con la classica frase “se vuoi puoi”. Volere è potere sulle proprie potenzialità, non sui propri limiti.
Cioè, parliamo chiaro, Einstein o Margherita Hack, avevano una testa e una mente che gli permetteva di raggiungere dei risultati immaginabili nei loro studi e di guardare oltre. Maradona, Pelè o campioni più recenti come Balotelli e Messi, non sarebbero mai stati quelli che sono, se non avessero doti fisiche e tecniche evidenti. Oriana Fallaci e Indro Montanelli non sarebbero potuti essere dei grandi giornalisti se non avessero conosciuto o quanto meno usato la grammatica italiana in modo corretto. Belen non avrebbe fatto la modella se fosse fisicamente Luciana Littizzetto. E Luciana Littizzetto non sarebbe la grande intrattenitrice che è, se non avesse una comicità innata. Come io non posso pretendere di fondare un impero come quello di Gordon Ramsay se non so tenere una padella in mano e non so preparare nemmeno un piatto di pasta, un panino.
Oltre ad una propensione del tutto innata, ci vuole così anche una cosa importante che in molti si scordano: le conoscenze e le competenze che sembrerebbero un semplice dettaglio di poco conto ora. Poi il cuore conta ed anche la passione ma se manca l’humus, una base su cui lavorare, poco si può fare. E di eccezioni sono talmente poche, che fanno per l’appunto la regola. C’è qualcosa in noi che ci rende unici anche in quello che si decide di fare consciamente. Non possiamo essere o meglio pensare di essere tutti filosofi, scienziati e giornalisti, politici, medici, operai, meccanici, tuttologhi, astrologi, avvocati, sarti e chi più ne ha più ne metta. Neanche fashion blogger. Sarebbe una noia, non trovate?

Tutto questo discorso per arrivare ad una conclusione.
Se fossi un’amica di alcune fashion blogger, direi ad ognuna:
Sei cessa, non hai stile e non sai scrivere. Ne avessi una e dico una sola di queste caratteristiche, ti direi di continuare ma per un minimo di dignità, finiscila“.
E son sicura che così vivrebbero felici tutti. Lettori compresi.
Ma già di persone sincere son rimaste in poche. Come di fashion blogger e magari di amiche delle blogger.
Che di sicuro, in alcuni casi, la sera in hangout su GooglePlus, si ritrovano a spettegolare sui suoi ultimi post tra risate e pop corn.
Ovviamente tutte insieme, lei esclusa.

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Io la gente che si fissa non l’ho mai capita

Io la gente che si fissa, anche dopo innumerevoli sconfitte, non l’ho mai capita.
E non importa che sia per qualcosa che si reputa di vitale importanza, per un progetto senza inizio e, figuriamoci, se con una fine, per una persona che si pensa essere l’amore della propria vita o per qualsiasi altra giustificazione che si ricerchi per spiegare quella persecuzione che porta a concludere ogni discorso con precise parole: “A qualunque costo“. Nonostante l’indifferenza e il visualizzato di whatsapp a cui non segue nessuna risposta, nonostante il numero di visite al profilo facebook e di telefonate, nonostante innumerevoli porte chiuse in faccia.
Io non la capisco proprio questa gente qua davvero. Non ci riesco.

Perchè nel tentativo di conquistare l’oggetto della fissazione,
l’unica cosa che si perde è quella che, troppo spesso, in molti si dimenticano.
Quel qualcosa chiamato dignità. Continue reading

Sparatoria palazzo Chigi, più che disperazione lucida e fredda pazzia

Piazza Colonna.
Sparatoria davanti palazzo Chigi.
Sento dell’accaduto dalla radio.
Poco dopo accendo la televisione e guardo i tg e cerco di capire quello che è successo.
Poi i talk show in cui si accusa la politica (qualunquisti), si giustifica il gesto con la disperazione (populisti), dimenticando i feriti. Una passante,una donna incinta che si trovava nella zona con il marito ed il figlio,probabilmente colpita da una scheggia vagante al braccio. E due Carabinieri. Uno ferito alla gamba, Francesco Negri, 30 anni. Uno alla gola, il brigadiere Giuseppe Giangrande, 50 anni. Subito le sue condizioni sono apparse gravi ai medici. Si parla di una «importante lesione alla colonna vertebrale cervicale» dovuta al proiettile entrato nel collo. In poche parole, rimarrà paralizzato. Lui che solo pochi mesi fa ha subìto un grave lutto: Giangrande ha perso la moglie.
Così alle 11 in una domenica di primavera non qualunque ma nella mattina del giuramento del nuovo Governo guidato da Enrico Letta al Quirinale, un uomo, Luigi Preiti, spara contro la schiera delle Forze dell’ordine. Sei colpi in una piazza affollata. Continue reading